MARIA LUISA SANTELLA - MEMORY ROOMS


domenica, giugno 27, 2004
 

 

 

 

LA SCRITTURA SCENICA

L'AMBIENTE E

LO SPETTATORE

Quando inizio a scrivere,

a progettare, un lavoro,

per il Teatro,

parto sempre dalla visione

dello spazio scenico

in cui si svolgerà l'azione

e nel mettere a fuoco

l'immagine dell'ambiente

inizio ad enucleare

che rapporto è giusto sviluppare

tra la rappresentazione e il pubblico,

cioè mi domando chc ruolo avrà lo spettatore

nella drammaturgia del testo.

In "Experiment" (1967),

messo in scena in una primordiale discoteca,

situata in un nudo, ampio, sotterraneo,

avevamo posto solo alcune basse pedane

come delle zattere a cui gli attori

a volte approdavano

nel loro agire tra il pubblico

che seguiva in piedi lo spettacolo.

Il linguaggio poetico, astratto,

era affidato ad una coreografia

di segni corporei e suoni

che raccontavano la nascita della vita,

l'inizio della delimitazione dei territori

e della proprietà,

l'inizio della paura e della guerra

tra uomo e uomo.

Il pubblico era fuori dal rito.

Pur non avendo uno spazio deputato

e trovandosi nel mezzo dell'azione scenica

non veniva mai direttamente coinvolto

anzi era ignorato dagli attori.

Assumeva così il ruolo come

di un viaggiatore del tempo

che invisibile fosse giunto

a spiare le origini dell'esistenza.

Il rapporto emozionale era forte

proprio per questa sensazione

di coinvolgimento nell'estraneità

che creava una dimensione

tra l'onirico e la fantascienza.

Lo spettacolo si muoveva su cadenze

da sacra rappresentazione

e abbracciava un ciclo storico ampio

e indefinito a un tempo,

dall'origine della società umana

come esplosione dal magma del nulla

fino al ritorno al nulla

a causa di un'esplosione atomica.

In "Ana/Logon" (1968)

lo spettatore veniva posto in una situazione

di disagio e sofferenza.

Ai due lati della sala erano state costruite

con filo spinato e cantinelle

delle cellette in cui all'inizio

gli spettatori venivano chiusi dagli attori

sì che tutti venissero a trovarsi nei ruoli

di carcerieri - carcerati

in un mondo in deflagrazione.

L'azione creava uno stato d'angoscia

in crescendo

mettendo a nudo il subconscio

e ponendo lo spettatore nella condizione psicologica

di chi non coinvolgendosi direttamente

diventa agente passivo della fine

di una società malata.

Un nastro di suoni, rumori, brandelli di musiche,

poesie (vi era un intervento di Luciano CARUSO)

accompagnava lo spettacolo

che come il precedente

non aveva dialogo.

L'azione scenica era suddivisa in quadri - studi

sull'alienazione e la demenza

di una realtà che opprime l'individuo

e lo stritola in rapporti degradati

e mercificati.

Su tutto il peso della violenza, della tortura,

della guerra, della minaccia ricatto del nucleare

e della fine del mondo a causa di un conflitto atomico.

Nell'ultima scena, infatti,

gli attori morivano davanti alle celle

e gli spettatori avvolti solo da un magma

di suoni caotici

impiegavano una ventina di minuti

prima di comprendere

che dovevano da soli

aprire la propria cella

ed andare via

scavalcando i corpi seminudi

per terra.

Ad acuire il senso di disagio

durante lo spettacolo

spot luminosi

puntati sulle celle

si accendevano e si spegnevano

creando un pathos psicofisico.

Poco prima del finale vi era poi

una scena che si rifaceva

al black out a New York.

All'improvviso si spegnevano

luci e registratore.

Nel buio e nel silenzio

improvvisi

gli attori dopo qualche attimo

sussurravano tra loro:

"Che succede?"

"E' andata via la luce"

"Cosa facciamo?"

Un attore fingeva una crisi di panico.

Gli altri accendevano dei cerini.

Il pubblico iniziava ad accendere

cerini e accendini.

La tensione montava.

Quando era giunta all'apice

gli spettatori

iniziavano a domandarsi

come uscire dal carcere alveare.

In quella ritornava la voce

del registratore

con urla e sirene

e iniziava l'esplosione.

Questo spettacolo fu realizzato

nello stesso spazio discoteca del precedente.

posted by Marluna3001 | 04:42 | commenti


venerdì, giugno 25, 2004
 

ALCUNE NOTE ANCORA

SUI PRIMI SPETTACOLI

 

 

 

 

 

 

 

"I NEGRI D'AMERICA"

Quasi un oratorio.

Nudo, scarno, essenziale

l'allestimento.

Tra noi PINO REA,

un giovane poeta,

segnalato

da SALVATORE QUASIMODO,

esponente della 'Sinistra Universitaria'

oggi giornalista affermato vive a Firenze,

ha pubblicato qualche anno fa con

l'editore Gaetano COLONNESE

un romanzo sul '68

"PRIMO MAGGIO".

Usavamo a quell'epoca un locale

di alcuni amici che, dopo poco,

avrebbero aperto una discoteca ante litteram

in un sottoscala a Fuorigrotta

dove come GRUPPO VORLESUNGEN

abbiamo allestito

"EXPERIMENT" e "ANA LOGON".

Le prove erano per noi una sorta

di analisi di gruppo

in cui provavamo a liberare

il nostro subconscio.

Vedevo il Teatro dell'Assurdo,

alla luce di Jung,

come un'evoluzione del surrealismo

che si proponeva di rappresentare

la Vita come Paradosso.

Ne 'LA CANTATRICE CALVA'

di IONESCO

leggo un gioco sottile, ironico,

sulle strane coincidenze

che mi fa pensare

alla Teoria della Sincronicità

di Jung.

 

 

 

 

Beckett (nelle foto sopra)

mette, invece, in scena

la filosofia dell'essenza dell'essere

in un mondo come illusione

ridotto ormai ai minimi termini.

Una sorta di cultura estrema

del post-atomico.

Teatro che muovendosi

perfettamente

in unità di tempo e luogo

ci mostra un concetto

di spazio-tempo psichico

dove annullati i valori

come convenzioni

non resta che

un deserto dei sentimenti

dove non si può che attingere

al pozzo dell'essenza

dell'essere originario.

Chiusi nei residui

dei riti quotidiani

in cui si consuma

l'esistenza,

in parte ancora schiavi

dei ruoli di carnefice e vittima,

persa ogni identità,

sopravvivendo nella conservazione

della memoria

di un sè inesistente,

sospesi alla sola, vaga, speranza

di un qualcosa capace di modificare

dall'esterno lo scenario in cui ci muoviamo,

l'essere appare come prodotto

di una cultura di massa

che fa fatica

anche solo a pensare

di potersi mutare

in cultura individuale.

 

 

 

In ARRABAL (a sinistra nelle foto sopra)

forte si sente il peso della guerra,

della tortura,

della violenza dell'uomo sull'uomo

che finisce con l'essere accettata

come parte essenziale, inalienabile, della vita.

Nel gioco di assuefazione all'orrore

ARRABAL anticipa perfino

il contemporaneo

'Turismo di Guerra'

in "Picinic in Campagna".

Usavamo per mettere in scena

gli spettacoli,

come ho detto,

ogni tipo di spazio

rendendolo teatrabile.

Questa scelta non era legata

solo alla difficoltà iniziale

di poter agire nei Teatri Classici

che, del resto, avremmo potuto fittare

ma dal bisogno di sperimentare

un diverso rapporto col pubblico

andando incontro a varie tipologie

di audience,

non direttamente interessate

al fatto teatrale,

che rispondevano in modo inusuale

sentendosi coinvolte

a fenomeni di teatralizzazione

nell'ambiente architettonico

in cui lavoravano

o vivevano i loro hobbies.

Un pubblico che non sarebbe

mai andato a Teatro

veniva così raggiunto

da un Teatro che andava da lui.

Abbiamo, comunque, sempre usato

degli elementi scenici e di costume,

effetti luce e musiche,

che potessero modificare lo spazio

in cui agivamo

in spazio scenico,

sì che lo spettatore,

trovandosi in un'ambiente a lui conosciuto

ma reso non riconoscibile, diverso, alieno,

sentisse quel senso di disagio

che si prova nei sogni

o nei deja vu

per trovarsi coinvolto emozionalmente, infine,

nella rappresentazione

come parte integrante di un evento

reale e irreale a un tempo.

Questo concetto

l'ho continuamente sviluppato

fino a giungere a trasformare

gli stessi Teatri Classici

in cui siamo andati ad agire.

Per esempio,

quando ho messo in scena

"LE BACCANTI" nella mia riscrittura

intitolata "DARK LADIES",

in cui debuttava IAIA FORTE,

(nelle foto sotto)

 

 

 

son partita dal concetto

che tutto avveniva in un Teatro abbandonato

che era diventato una sorta

di ricovero post-bellico

di alcuni residui dell'umanità.

Il pubblico dall'ingresso,

già nel foyeur,

si trovava catapultato

in una dimensione

'fantastica',

'out of time',

in modo da entrare in parte

insieme agli attori.

Per arredo scenico

ho sempre considerato tutto,

suoni, musiche, luci, odori,

parole, idee, costumi, oggetti,

tutti strumenti di comunicazione,

contatto.

Abbiamo sempre usato costumi.

In effetti siamo in costume anche nella vita.

L'abito non rappresenta solo un'epoca

ma molto di più,

rivela la psiche, i gusti,

le scelte culturali,

la condizione e il ruolo sociale,

i tic, le paure,

l'appartenenza a un gruppo,

il carattere di chi lo indossa.

Ho sempre spinto la messa in scena

ad impossessarsi di tutto

per compiere un viaggio alla ricerca

del subconscio del mondo rappresentato.

Le tecniche sono i gradini

di quel viaggio,

ma, per dirla con Einstein,

la visione della formula,

come un geroglifico divino,

è ciò che spinge il ricercatore

a trovare i passaggi necessari

per realizzarla e attivarla

in ciò che chiamiamo reale.

Tra il Teatro Dibattito

e la Compagnia del Teatro Alfred Jarry

abbiamo assunto il nome di

GRUPPO VORLESUNGEN

 

 

 

 

 

 

 

 

Fui io a scegliere questo termine

ispirandomi a

"VORLESUNGEN UBER DIE AESTHETIK"

di GEORG WILLHELM FRIEDERICH HEGEL

Sono affascinata dalla Teoria del Sublime

e dal concetto di Teoria in sè.

Non a caso...

DREAM'S THEORY è il nome

dell'associazione

con cui opero attualmente.

posted by Marluna3001 | 15:28 | commenti
 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

PRIMI PASSI NELLA RICERCA

____________________________

SOTTO IL NOME DI TD

TEATRO DIBATTITO

NASCONO I PRIMI SPETTACOLI

1965 - I NEGRI D'AMERICA

1966 - L'ULTIMO NASTRO DI KRAPP - da BECKETT

ORAZIONE - da ARRABAL

1966 - I DUE CARNEFICI -

PICNIC IN CAMPAGNA -

ORAZIONE -

TRE ATTI UNICI DI ARRABAL

SOTTO IL NOME DI

GRUPPO VORLESUNGEN:

1967 - EXPERIMENT/ACTION/EXPERMIENTA(C)TION

1968 - ANA/LOGON

1968 - CIO' CHE CONTA NON E'

INTERPRETARE IL MONDO

MA TRASFORMARLO

1963 - AUTOPSIA (dall'AMLETO DI SHAKESPEARE)

1969 - FALL - OUT

1969 - PROVE PER UNA MESSA IN SCENA

DELL'AMLETO di SHAKESPEARE

1969 - FAUST - da MARLOWE e GOETHE

_______________________________________

IL LAVORO INIZIATO COL TD

TEATRO DIBATTITO

CONSISTEVA PREVALENTEMENTE

IN INTERVENTI DI LETTURE DI POESIE,

BRANI DI PROSA, CANTI,

STUDI SUL TEATRO DELL'ASSURDO.

In questa prima parte di lavoro

ciò che più ci interessava

era il discorso tematico,

creare un nuovo rapporto col pubblico,

usare spazi alternativi ai Teatri Tradizionali

(come librerie, gallerie d'arte, fabbriche, clubs)

la ricerca di stile ne era diretta conseguenza.

Eravamo affascinati da una parte

dalla cultura americana,

da quella dei Blues e degli Spirituals

da cui è nata tutta la nuova musica,

a quella della Beat Generation e

del New American Cinema.

Dall'altra ci stimolava il Teatro dell'Assurdo

attraverso cui seguivamo un percorso

sulla psicopatologia della vita quotidiana.

Partivamo dal concetto che

forma e contenuto sono un tutt'unico

inscindibile e che, quindi,

era la visione del mondo

che andava modificata nella sua essenza

per giungere a modificare il linguaggio

in cui veniva rappresentata.

La componente filosofico-politica

si legava alla ricerca di una nuova poetica

in cui far confluire tutti i linguaggi

di rappresentazione,

dalle scene alle musiche, ai testi,

alle luci, ai costumi, al corpo dell'attore,

agli oggetti di scena.

Il dibattito col pubblico era parte essenziale

degli spettacoli, un dibattito che si spingeva

sui temi della psicopatologia dell'individuo

contemporaneo chiuso nel carcere di convenzioni

ormai chiaramente stritolanti

per l'essenza naturale dell'essere,

schiacciato tra uomo e massa,

si giungeva così ad una sorta

di psicodramma di gruppo.

posted by Marluna3001 | 13:05 | commenti


martedì, giugno 01, 2004
 

 

 

 

 

 

IL DREAMTIME DI NAPOLI

VIDEO DOCUMENTO POETICO

di

MARIA LUISA SANTELLA

RECENSIONE DI

GIAN MARIA CONSIGLIO

Dopo anni di slenzio e di studio

Maria Luisa Santella

ha regalato al pubblico

un documento celebrativo

unico e irripetibile:

"IL DREAMTIME DI NAPOLI

Viaggio nel subconscio della città".

Si tratta di un film documentario

sulla sua città

che scava nella più profonda natura delle cose

in un flusso inarrestabile tra coscienza e incoscienza.

La Santella ha alle spalle una lunga carriera

nel Teatro d'Avanguardia,

ha fondato la sua prima compagnia

a metà degli anni '60

in collaborazione con Mario Santella,

e ha lavorato con i grandi maestri del cinema italiano,

da Ettore Scola a Giuseppe Bertolucci.

Nell'86 è partita per l'Australia con

l'artista visivo Michele Gentile

dove è rimasta fino al 1996

ottenendo un enorme successo artistico

grazie al suo lavoro con gli aborigeni

e i suoi allestimenti multimediali

che proponevano una fusione

tra teatro, arti figurative, cinema, video e musica.

Tornata a Napoli ha fondato col Gentile

il DREAM'S THEORY

ITALO AUSTRALIAN MULTIMEDIA ARTS CENTRE

un centro culturale unico nel suo genere

nato da un'idea di osmosi e affinità

tra la cultura napoletana

e quella aborigena australiana.

Il nuovo film di Maria Luisa è un piccolo gioiello,

un'esplorazione nei luoghi più nascosti dell'esistenza,

alla ricerca dell'origine e della verità,

senza mezzi termini,

coerente al suo percorso artistico e umano.

Non vuole spiegare nulla allo spettatore

ma soltanto mostrare

e creare interrogativi.

Le riprese sono volutamente

un continuum senza stacchi,

una danza d'immagini,

per evidenziare l'autenticità sensoriale del racconto.

Il film è caratterrizzato

da un sostanziale stato di confusione,

la stessa confusione di Napoli e della vita,

dove i ruoli dei personaggi

(il poeta interpretato dal bravissimo

GIANNI ABBATE,

MICHELE GENTILE nel ruolo di se stesso,

il figlio del caos Gennaro Xaphan9,

Marluna3001 che dà corpo a Partenope)

appaiono per scelta non definiti,

ambigui e sfuggenti,

mentre le singolari musiche della Santella

e i rumori di fondo

si confondono e si sovrappongono

ai dialoghi, alla vicenda

(il poeta sogna una donna che lo lascia

e destatosi scopre la verità del suo sogno teorematico

così parte solo alla volta di Napoli

dove si trova ad essere rapito emozionalmente

dal mito di Partenope che gli si manifesta materialmente

in digitale, fantasima carnale e virtuale a un tempo)

e alle evocative frasi che di tanto in tanto

scorrono sullo schermo,

tanto da far perdere il senso

tra sfondo e superficie,

tra sogno e realtà,

tra diegetico ed extradiegetico.

Il senso di onirico è dato anche

dal particolare uso di filtri digitali

e dalle riprese che coinvolgono i sensi

come un canto d'immagini oblique.

La Napoli che emerge

non è la Napoli solare e folcloristica

dell'immaginario collettivo usuale,

bensì una Napoli gelida che mostra tre anime:

cannibale. filosofa e d'amore.

I personaggi si muovono evanescenti

in un'atmosfera rarefatta

e spezzata saltuariamente dai quadri di Michele Gentile,

sì da sembrare spettri.

Il poeta rapito nei sensi dal mistero di Partenope,

l'archetipo della femminilità,

sente nascere vibrante in lui l'ispirazione

e di tanto in tanto, in crescendo, inizia a comporre versi,

impressioni poetiche che annota dove si trova,

en plein air, su un quaderno,

(le interessanti poesie tra classico e contemporaneo

sono di ANTONIO ONGARI),

in un flusso d'incoscienza,

quasi uno stato di trance controllata,

esprimendo affascinanti riflessioni

sul mistero della vita e dell'arte.

Da notare anche le citazioni di due film per cinefili

che lasciamo indovinare allo spettatore.

A provocazione dell'artista mitomane

col culto dell'ego

la nostra si firma con tre nomi differenti:

come Maria Luisa Santella alla regia, musiche, sceneggiatura;

Maria Luisa Abbate (cognome di nascita) alle riprese e montaggio;

Marluna3001 come interprete di Partenope.

Ancora una volta l'estro dell'astro Maria Luisa ci ha colpito,

speriamo che questo sia solo l'inizio di

una lunga serie di nuove sorprese.

GIAN MARIA CONSIGLIO

posted by Marluna3001 | 11:57 | commenti