CITTO MASELLI
"CIVICO ZERO"
CINEMA D'AUTORE

CITTO MASELLI – CIVICO ZERO
Mai come in questo caso
nel titolo è detto tutto.
Il punto zero rappresenta
il centro di coscienza,
il vuoto,
la soggettività
che virtualmente sta all’origine
di tutte le funzioni del vivente,
ma che (oggettivamente) non c’è.
(Nitamo F. Montecucco)

L'Arte è lo Specchio della Realtà.
Verità che va rivista continuamente
alla luce del senso che queste parole,
rianalizzate una per una,
storicamente,
stanno raggiungendo al presente.
Cosa che fa Maselli.

Questo film è un saggio poetico
sul punto zero
che stiamo raggiungendo ora,
vissuto
con occhio illuminato,
con cuore d'amore,
con mente scientifica,
con mano da capomastro specializzato
al servizio dell'Arte,
nella fattispecie Cinema,
dall'Autore.
Intendo Cinema in tutti i suoi corpi fondanti,
ideazione, realizzazione,
destinatari, produzione,
distribuzione, promozione,
politica della rappresentazione
dello stato culturale di uno stato.
Perchè uno Stato viene considerato
in base al suo Stato Culturale.

Citto,
coerente a se stesso,
sempre presente nel presente,
con in pugno le fila
dei passaggi del meccanismo cinema
dal dopo guerra ad oggi,
con occhi luccicanti
da bambino prodigio illuminato,
ci mostra la
cittadella locale in cui,
stemperati i sapori etnici,
ci stiamo mutando da multietnia globale
ad un'unica razza,
collegata da satelliti, computer, televisioni, rete, Arte,
in continuo movimento
sul pianeta e nel sistema solare,
anche tra le pareti di una stanza,
anche solo virtualmente.

“CIVICO ZERO”
è un film che poeticamente attraversa,
senza giudizio,
questo stato della realtà che già è comune
a tutte le razze e gli stati di ciò che chiamiamo mondo.
Ci mostra,
con scrittura contemporanea,
questa 'Energia Punto Zero”,
“Energia del vuoto”,
come zummando
da un coro d'individui
che hanno azzerato
la loro identità socio- statuale
con subcoscienziale consapevolezza,
a tre storie evidenziate nel particolare,
documento - testimonianze – fiction – in salita,
che ci portano in volo,
con la magia di tutto il grande cinema,
attraverso il gioco d'identità
tra attore, personaggio, regia, pubblico,
di fronte allo specchio
degli Occhi di Ornella Muti
e della Maschera Naturale di Massimo Ranieri
denudati di ogni Ego.


E questo arriva alla fine di una sinfonia in crescendo
che passa dalla poesia del coro,
sostenuta da una musica che parla,
alla presentazione dei tritagonisti,
ricongiungendo
la scrittura della tragedia contemporanea
alla scrittura del momento di passaggio
da scrittura degli Dei a scrittura Umana
nel tempo della nascita
della rappresentazione contemporanea
in Grecia,
così
rendendola universale.

In questo momento di transizione,
che ci riporta in Babele,
le modificazioni
di coscienza della realtà
che stanno avvenendo
sono la sostanza
di una ulteriore mutazione
del popolo della terra
che ci riplasma
in una unica razza globale,
una razza che ha
la coscienza universale
del tutto e del nulla.

Citto Maselli,
partendo dai 'perdenti'
che accettando la rinunzia al tutto
si trovano tra i 'vincenti'
del nulla,
ci strappa l'ultima maschera umana
parlando tutte le lingue
incluso le prossime venture.

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titolo originale:
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CIVICO ZERO
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regia:
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Francesco (Citto) Maselli
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cast:
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Ornella Muti, Massimo Ranieri, Letizia Sedrick
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sceneggiatura:
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Francesco (Citto) Maselli
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fotografia:
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Felice De Maria
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montaggio:
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Olivia Orlando
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scenografia:
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Marco Dentici
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costumi:
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Lina Nerli Taviani
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musica:
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Angelo Talocci
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produttore:
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Roberto Andreucci
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produzione:
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AKS, Istituto Luce, con il contributo del MiBAC
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distributore:
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ISTITUTO LUCE
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ufficio stampa:
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Studio Punto & Virgola
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paese:
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Italia
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anno:
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2007
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durata:
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80'
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formato:
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35mm - colore
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uscito in sala:
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23/11/2007
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Liberamente ispirato al libro
“"Il nome del barbone"”
di Federico Bonadonna.
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ALBERTO MORAVIA da "Contro Roma"

Roma oggi appare
come una slabbrata e sgangherata
cittadona mediterranea,
sede di uno Stato che non è uno Stato,
capitale di una nazione che non è una nazione.
In altri termini, Roma è l'espressione,
purtroppo perfetta,
del fallimento dell'Unità italiana.
E qui si torna all'idea del modello.
Roma avrebbe dovuto essere
il centro di unificazione dell'Italia,
questa piccola Europa
composta di tanti stati diversi,
attraverso l'elaborazione
di un modello di comportamento nazionale.
Ora questo non è avvenuto.
Il modello non è presentabile,
come non è presentabile
un dolce o altra pietanza fallita
nonostante che gli ingredienti
fossero di buona qualità.
Gli italiani hanno fatto sforzi enormi per unificarsi;
e tutto quello che ne è uscito,
sono stati i Sali e Tabacchi, i Carabinieri e altri corpi statali.
Così il fallimento del Paese
si rispecchia nella capitale
e viceversa.
Intendiamoci:
il popolo italiano non è inferiore a nessun altro;
individui italiani eccellenti in qualsiasi attività
ci sono sempre stati,
ci sono tuttora,
ci saranno sempre;
ma la capitale non si è formata
appunto perché la nazione non è nata.
L'Unità era senza dubbio inevitabile;
non si può dire che sia stata vantaggiosa.
Così che qualche volta
viene fatto di pensare
che la cosa migliore
sarebbe di rinunciare a considerare Roma
come una capitale.
Forse questa rinuncia
ci permetterebbe di vedere
in questa città
qualità e aspetti positivi
che l'idea della capitale per ora ci nasconde.
Infine c'è il problema del rapporto
tra Roma capitale d'Italia e la Chiesa.
Il problema della Chiesa,
è uno di quei problemi
talmente ovvi,
talmente sotto il naso
che gli italiani finiscono per non vederlo
e dunque per non porselo.
Qual è il problema
della Chiesa nei riguardi di Roma
e, insomma, dell'Italia?
In genere
gli italiani fanno una distinzione molto netta
fra l'Italia e la Chiesa.
Dicono:
è la Chiesa che ha rovinato l'Italia;
è la Chiesa che ha impedito all'Italia
di diventare una nazione;
è la Chiesa a cui si debbono
gli infiniti mali dell'Italia.
Dicono pure:
l'Italia all'estero conta niente;
l'Italia sta sotto l'ombrello atomico
degli Stati Uniti
ed è un protettorato americano;
l'Italia è l'ultimo Paese
che viene consultato
all'orché c'è qualche cosa da decidere
nel mondo.
Ora queste lamentele derivano appunto
dal fatto di non vedere ciò che,
come ho già detto,
sta sotto il naso.
E cioè
che l'Italia è la Chiesa
e la Chiesa è l'Italia.
Quanto a dire che
l'Italia si è espressa
principalmente nella Chiesa;
che ha dedicato alla Chiesa
attraverso i secoli
tutte le sue migliori energie,
in un rapporto dialettico
che via via ha avuto il nome
di guelfoghibellino,
di riforma-controriforma,
di clericalismo-liberalismo
e così via;
e che, infine,
tutto ciò che l'Italia non ha dato alla Chiesa,
è stato pur sempre in funzione della Chiesa,
anche l'opposizione,
anche l'odio,
anche l'indifferenza.
Non è infatti nella cultura degli italiani
che bisogna cercare
la più profonda influenza della Chiesa;
ma nella psicologia,
quasi si vorrebbe dire nella fisiologia.
In realtà, come ho già avvertito,
c'è stata osmosi e identificazione,
e dire che la Chiesa ha avuto influenza sull'Italia
equivale a dire che
l'Italia ha avuto influenza sopra se stessa.
L'Italia si è svenata
per dar vita alla Chiesa;
in cambio la Chiesa
ha diffuso per tutto il mondo
la visione della vita italiana;
e infatti la Chiesa non è
né spagnola, né francese, né tedesca,
ma italiana;
e questo suo carattere nazionale
è accettato come universale dal mondo intero,
appunto perché l'Italia è morta nella Chiesa.
Cioè, l'universalità della Chiesa
è dovuta all'inesistenza dell'Italia come nazione
e viceversa.
A riprova si veda
come la cultura francese può fare a meno della Chiesa,
nonché la cultura spagnola e la tedesca;
ma la cultura italiana senza la Chiesa
(come dire: immaginiamo la letteratura italiana
senza La Divina Commedia,
senza La Gerusalemme Liberata,
senza I Promessi Sposi)
appare subito amputata, incompleta, svuotata.
Da tutto questo segue logicamente
che la crisi della Chiesa è la crisi dell'Italia
e la crisi dell'Italia è la crisi della Chiesa.
Ora, l'ultimo slancio creativo
l'Italia l'ha avuto con l'Umanesimo
che la Chiesa ha accettato e fatto suo.
Poi, secondo il luogo comune che,
come tutti i luoghi comuni,
è basato su una insostituibile quanto uggiosa verità,
la Riforma,
avanguardia di tanti altri
particolarismi e nazionalismi,
ha emerginato in un solo colpo
Chiesa e Italia e di conseguenza,
alla fine, anche l'Umanesimo.
Non è un caso, per esempio,
che Raffaello abbia ellenizzato,
in nome della Chiesa, l'Antico Testamento,
operazione tipicamente umanistica,
creando, così, fino a tutt'oggi,
i modelli dell'iconografia cattolica;
ma non è neppure un caso
che il canone di bellezza raffaellesco
sia finito nei santini
e che, oggi, un feticco del Benin
sia preferito di gran lunga,
come elemento decorativo,
alla Madonna della Seggiola.
A questo punto si vorrà sapere
cosa ha a che fare tutto questo
con Roma
e con il disastro di Roma capitale.
Ebbene, non è difficile fornire una risposta
a una simile domanda:
la Chiesa, cioè l'Italia,
non ha creato una vera grande capitale moderna
perché "non ha fatto a tempo".
Come l'obelisco di Assuan
che non è mai stato staccato del tutto
dalla cava di pietra dove tuttora giace
perché l'Egitto
non era più il Paese egemonico di un tempo;
così Roma caput mundi
tutto a un tratto si è ritrovata
sede di una religione
socialmente umiliata
e culturalmente abbandonata.
Basta andare a Lourdes,
per capire dove è finito il cattolicesimo,
cioè la Chiesa, ossia l'Italia.
Tuttavia, sta di fatto che
Roma è il luogo privilegiato
della più antica monarchia del mondo.
Ma non c'è di che esserne fieri.
La presenza di questa corte decrepita
fa si che l'Italia sia
un Paese estremamente conservatore,
di un conservatorismo addirittura fisiologico
fatto di prudenza, di apprensione,
di sfiducia e di impotenza,
tutti difetti senili.
La conservazione moderna,
la conservazione progressiva,
la conservazione illuminata
è quella, semmai,
del neocapitalismo anglosassone,
oggi.
La conservazione cattolica è invece
l'idea che si può fare del mondo
una mummia avvolta nelle sue bende di papiro,
in fondo al sua ermetico sarcofago.
Di questa idea del mondo,
è buona testimonianza il giornale del Vaticano,
l'Osservatore Romano.
Certo la Pravda
non contiene più notizie
dell'Osservatore Romano,
ed è concepita e scritta
praticamente nello stesso modo.
Ma dietro la' c'è il potere;
dietro l'Osservatore Romano,
il ricordo di un'impotenza terrena
che, magicamente, un tempo
si convertiva in potere spirituale.
Tutto questo è rivelato
dalla sclerosi del linguaggio
del giornale vaticano.
In che cosa consiste questa sclerosi?
Nel battere pur sempre
sopra il tasto della "positività".
Ma il dito che batte è quello di uno scheletro;
e il tasto sprofonda ma non rende alcun suono.
Per tutti questi motivi il problema di Roma capitale
potrebbe anche essere
quello di un rinnovamento o palingenesi
della Chiesa
e, poiché abbiamo detto che
l'Italia e Chiesa sono una cosa sola, dell'Italia.
Il ritorno a una visione umanistica del mondo.
Ma il cattolicesimo
sembra ormai incapace di rinnovarsi.
E quanto all'Umanesimo,
esso ha cambiato nome
e questo nome non è italiano.
Certo si poteva, si dovevano creare
di nuovo a Roma
le condizioni per quel contrasto dialettico
tra Stato e Chiesa
che in passato si era rivelato così fecondo.
Ma si è preferito fare il Concordato;
e di conseguenza fondare lo Stato,
o meglio il regime democristiano,
fatale e disastroso errore.
Tutto il fallimento dell'Unità d'Italia,
e dunque di Roma capitale,
è in questa abolizione
del contrasto tra Stato e Chiesa.
Perché, mentre è vero che
Italia e Chiesa sono la stessa cosa,
è anche vero che lo sono perché
gli italiani non hanno mai voluto
ammettere che lo sono.
Ammetterlo, anzi confermarlo,
significa constatare
che non lo sono
né potranno mai più esserlo.
Semmai si potrebbe notare che
il solo elemento nuovo
in questa situazione di inerzia
è l'esistenza del partito comunista italiano;
il quale,
attraverso il marxismo e al di là del marxismo,
su un piano sempre più nazionale,
riprende per conto suo il tema umanistico
ormai abbandonato dalla Chiesa.
In maniera nuova e moderna,
esso potrebbe ricreare proprio a Roma
quel contrasto tra Stato e Chiesa
che il regime democristiano ha abolito.
La Chiesa ritroverebbe allora
una sua necessità, una sua funzione.
Ma l'Italia non è un Paese indipendente
in grado di vivere la propria storia
fino in fondo
e senza interferenze straniere.
Così Roma,
nonostante ogni ragionevole speranza,
pare condannata
a non essere che la capitale
di una Paese confuso e modesto
il cui destino è deciso altrove.
Alberto Moravia, "Introduzione: delusione di Roma"
da "Contro Roma", Bompiani 1975